In House of Suns, Alastair Reynolds presenta un’organizzazione chiamata la Vigilanza, regolata da esseri noti come curatori. La caratteristica definitoria dei curatori è una forma di immortalità biologica che richiede crescita perpetua. Non possono smettere di crescere senza perdere l’immortalità. Questa non è una limitazione accidentale del sistema, ma il fondamento stesso della loro esistenza.
Biologia Come Destino Organizzativo
La scelta del percorso verso l’immortalità determina tutto il resto. I curatori più anziani abitano sfere più grandi perché le loro teste riempirebbero le camere dove vivono quelli più giovani. Questo crea una gerarchia fisica inevitabile: i più grandi custodiscono i “kernel” più importanti, i nuclei informativi della Vigilanza.
Reynolds costruisce qui un pattern interessante: la biologia non è solo background, è architettura. La struttura organizzativa della Vigilanza non è una scelta politica o culturale, ma una conseguenza diretta della loro fisiologia. Man mano che crescono, devono spostarsi in nodi più grandi. Man mano che si spostano, accedono a informazioni diverse. La geografia fisica dello sciame di Dyson diventa una mappa della gerarchia informativa.
L’Inevitabilità del Proposito
Un elemento cruciale emerge dalle conversazioni con i curatori: sapevano dall’inizio come sarebbero finiti. Giganti lenti, in continua crescita, mai in grado di fermarsi. Questo implica che lo scopo della Vigilanza era già definito molto prima che l’Assenza - la scomparsa di Andromeda - si verificasse.
La Vigilanza osservava la galassia già da tempo immemorabile. Non furono sorpresi dall’Assenza. La stavano aspettando.
Questo ribalta la struttura causale tipica: non è che abbiano sviluppato un interesse per l’Assenza dopo che è accaduta. Hanno scelto un percorso biologico che li avrebbe resi adatti a osservare eventi su scale temporali cosmiche, e poi hanno aspettato che quegli eventi accadessero.
Crescita e Tempo Profondo
Reynolds gioca con un vincolo narrativo interessante: gli umani baseline non possono comprendere il tempo profondo. Li farebbe impazzire. I curatori, attraverso la loro crescita perpetua, sembrano aver trovato un modo di incarnare fisicamente il passare del tempo. Il loro corpo diventa un cronometro biologico.
Ma c’è un costo: diventano sempre più lenti, sempre più grandi, sempre più immobili. I più anziani non possono nemmeno lasciare le loro camere. L’immortalità qui non è libertà, è una forma di fossilizzazione progressiva. Diventano archivi viventi, ma archivi che non possono più muoversi.
Informazione e Scala Temporale
La Vigilanza commercia informazioni, ma non tutte le informazioni hanno lo stesso valore per loro. Attraverso il tempo profondo, emerge un pattern: sono particolarmente interessati a certi tipi di dati. E questo interesse diventa visibile solo quando si esaminano le loro transazioni su scale temporali molto lunghe.
Reynolds costruisce qui un’idea affascinante: ci sono pattern che emergono solo su scale temporali che superano la durata della vita umana normale. La Vigilanza, attraverso la sua immortalità, può vedere questi pattern. Ma per vederli, devono sacrificare la mobilità, la velocità, forse anche certe forme di pensiero.
È un trade-off: puoi vedere il tempo profondo, ma devi diventare parte della struttura che lo misura. Non osservi più il tempo dall’esterno. Diventi tempo incarnato.
Qual è il limite di questa crescita? Esiste un punto in cui un curatore diventa così grande da non poter più pensare in modi che definiremmo coscienti? O la coscienza si trasforma in qualcosa d’altro, qualcosa che opera su scale temporali geologiche?