Asimov passa buona parte di “Fondazione” a costruire la psicoistoria come meccanismo narrativo che elimina il peso dell’individuo. Le masse seguono leggi statistiche, i leader sono irrilevanti, tutto è prevedibile. Poi arriva il Mulo e fa esattamente quello che la psicoistoria dice essere impossibile: conta come singolo.
L’Architettura del Fallimento
La psicoistoria si basa su due assunzioni fondamentali che Asimov enumera esplicitamente nel testo: nessun cambiamento tecnologico deve alterare radicalmente il funzionamento umano, e nessun evento deve modificare il modo in cui le persone reagiscono agli stimoli. Sono regole precise, quasi matematiche.
Il Mulo viola entrambe. Ha poteri mentali (un cambiamento nel funzionamento umano) che alterano direttamente le emozioni altrui (modifica come le persone reagiscono). Non è un caso che Asimov scelga queste due violazioni specifiche - sta testando sistematicamente i punti di rottura che lui stesso ha definito.
È lo stesso approccio che usa con le Tre Leggi della Robotica: costruire regole apparentemente perfette, poi scrivere storie che ne esplorano i limiti. Ma mentre le Tre Leggi vengono messe alla prova attraverso dilemmi etici, la psicoistoria viene attaccata attraverso un’eccezione biologica.
Il Problema del Mutante
Chiamarlo “il Mulo” non è solo un riferimento alla sterilità. È un’etichetta biologica: un ibrido, qualcosa fuori dalle categorie previste. La psicoistoria funziona su popolazioni Homo sapiens standard. Il Mulo è letteralmente fuori dataset.
Questo solleva una domanda strutturale interessante: la psicoistoria è davvero una scienza predittiva universale, o è semplicemente un modello calibrato su una popolazione specifica? Se un singolo mutante può farla crollare, cosa succederebbe con una popolazione dove le mutazioni psioniche fossero comuni?
Asimov non esplora questa direzione - il Mulo rimane un’eccezione singola - ma il fatto stesso che esista come possibilità narrativa espone un limite fondamentale. La psicoistoria presume stabilità biologica. È predittiva solo finché l’evoluzione (o la mutazione) non entra in gioco.
Seldon Sbaglia
La scena in cui Seldon appare per parlare di una crisi che non è mai avvenuta è brutale nella sua efficienza narrativa. Seldon prevede una guerra civile tra Fondazione e Mondi Indipendenti. La guerra non avviene perché il Mulo li costringe ad allearsi. Seldon continua a parlare mentre le forze del Mulo conquistano Terminus.
È un momento di dissonanza cognitiva programmata. Seldon ha sempre avuto ragione. I personaggi si sono affidati alle sue previsioni per generazioni. E ora sta parlando di eventi che non sono mai accaduti mentre la realtà fuori procede in una direzione completamente diversa.
Asimov costruisce la fiducia nella psicoistoria attraverso successi ripetuti per centocinquant’anni di narrativa, poi la smonta in un singolo capitolo. Il lettore sperimenta lo stesso shock dei personaggi: il sistema su cui si basava tutto non funziona più.
Controllo Emotivo Come Arma Narrativa
I poteri del Mulo sono specifici: manipolazione emotiva diretta. Non telepatia, non telecinesi. Cambia come le persone si sentono riguardo alle cose. Il Capitano Pritcher tenta di assassinarlo, poi diventa il suo seguace più fedele. Non perché il Mulo lo abbia convinto con argomenti, ma perché ha riscritto la sua architettura emotiva.
Questo crea un tipo particolare di minaccia. Il Mulo non deve conquistare territori o vincere battaglie (anche se lo fa). Deve solo incontrare i leader dell’opposizione e trasformarli in alleati. È una forma di conquista che bypassa completamente la struttura della psicoistoria, che presume che le emozioni delle masse seguano pattern statistici ma non contempla la loro manipolazione diretta.
La psicoistoria può prevedere che una popolazione affamata si ribellerà. Non può prevedere che un singolo individuo riscriverà la lealtà dei generali nemici uno alla volta.
Il Paradosso della Vittoria Rapida
Il Mulo promette di riunificare la galassia in tre secoli invece di mille. Suona come un miglioramento. Asimov fa notare immediatamente il problema: o il Mulo fonda una dinastia di mutanti (e allora l’umanità normale diventa una specie subordinata), oppure non ha successori (e allora l’impero si frammenta di nuovo senza il Piano Seldon a guidarlo).
È una biforcazione senza uscita. Entrambi i rami portano a risultati peggiori del Piano Seldon. Il Mulo stesso diventa un vicolo cieco evolutivo - può conquistare, ma non può costruire qualcosa che duri oltre la sua vita.
Asimov sta giocando con l’idea che velocità non equivale a stabilità. Il Piano Seldon è lento perché deve radicare cambiamenti culturali profondi. Il Mulo è veloce perché impone cambiamenti dall’alto attraverso il controllo mentale. Ma i cambiamenti imposti svaniscono quando svanisce chi li impone.
Viene da chiedersi se Asimov stia commentando anche sui “grandi uomini” della storia - leader carismatici che cambiano tutto finché sono vivi, ma i cui imperi crollano alla loro morte. Alessandro Magno è l’archetipo ovvio. Conquiste rapide, frammentazione immediata post-mortem.
Il Mulo vince ogni battaglia ma ha già perso la guerra strutturale contro il tempo e la biologia. Asimov non ha bisogno di mostrare la sua sconfitta - è implicita nel design stesso del personaggio.