Neal Stephenson costruisce Snow Crash attorno a un’idea tanto semplice quanto disturbante: e se il cervello umano fosse programmabile attraverso il linguaggio? Non metaforicamente, ma letteralmente. La scelta del sumero come vettore di questa programmazione non è casuale, ma risponde a una logica narrativa precisa.
Il Sumero come Candidato Ideale
Il sumero occupa una posizione particolare nella storia linguistica. È la più antica lingua scritta documentata, risalente alla civiltà sumerica (5500-1475 a.C.) nella Mesopotamia meridionale. Questa antichità cronologica gli conferisce, nell’economia narrativa di Snow Crash, lo status di possibile “proto-lingua” - un linguaggio abbastanza vicino alle origini della comunicazione umana da conservare proprietà che i linguaggi moderni hanno perduto.
Stephenson sfrutta il concetto di monogenesi linguistica, l’ipotesi che tutte le lingue umane discendano da un unico linguaggio ancestrale. Questa teoria, sostenuta in forma moderna dal linguista italiano Alfredo Tretti agli inizi del XX secolo, suggerisce che 100-200 secoli fa esistesse una lingua madre comune. Il sumero, nella finzione del romanzo, mantiene una connessione diretta con questo substrato linguistico primordiale.
L’Ipotesi Whorf Portata all’Estremo
Il virus Snow Crash si basa su un’interpretazione estrema dell’ipotesi Sapir-Whorf, secondo cui la struttura di una lingua influenza la cognizione e la percezione del mondo di chi la parla. Nel romanzo, questa influenza non è sottile o graduale: è immediata e totale.
Il sumero funziona come un linguaggio macchina per il cervello. Quando un hacker incontra stringhe di dati sumere nel Metaverso, il suo cervello non le interpreta semplicemente - le esegue. La distinzione tra leggere e obbedire collassa. Questo trasforma la lingua in un vettore di infezione binaria: biologica per il cervello organico, digitale per i sistemi informatici.
La Torre di Babele come Firewall
Stephenson rilegge il mito biblico della Torre di Babele non come punizione divina, ma come intervento di sicurezza informatica. Prima di Babele, sostiene il romanzo, l’umanità condivideva un linguaggio che permetteva una forma di comunicazione diretta, quasi telepatica. Le menti erano sincronizzate, vulnerabili.
La confusione delle lingue diventa un meccanismo di protezione. Frammentando il linguaggio universale in migliaia di idiomi incompatibili, si crea una barriera contro la possibilità che un singolo codice linguistico possa riprogrammare l’intera specie. Ogni lingua moderna è una versione corrotta, offuscata, del protocollo originale - e proprio questa corruzione ci protegge.
Il personaggio di L. Bob Rife cerca di invertire questo processo. Snow Crash è il suo strumento per ripristinare il linguaggio universale, non per unire l’umanità, ma per controllarla. Chi viene infettato perde le funzioni cognitive superiori, diventa docile, programmabile.
Linguaggio come Codice Biologico
La meccanica del virus evidenzia come Stephenson tratti il cervello umano come un sistema computazionale che ha semplicemente utilizzato un substrato biologico invece di silicio. Il sumero non viene “compreso” nel senso tradizionale - viene compilato ed eseguito. Le strutture grammaticali diventano istruzioni macchina, i fonemi equivalgono a opcode.
Questa prospettiva ribalta la relazione abituale tra mente e linguaggio. Invece di essere uno strumento che la mente utilizza per pensare, il linguaggio diventa il sistema operativo su cui la mente gira. Modificare il linguaggio significa riscrivere il firmware cognitivo.
Il Metavirus come Concetto
Snow Crash viene definito nel romanzo “un metavirus” - non un semplice virus, ma un virus che induce i sistemi a infettarsi con nuovi virus. È un’infezione che riscrive le regole dell’infezione stessa. Applicato alla linguistica, questo significa che il sumero non si limita a programmare comportamenti specifici: riprogramma la capacità stessa di essere programmati.
L’eleganza del concetto sta nella sua ricorsività. Un linguaggio che può modificare il modo in cui i linguaggi influenzano il pensiero. È un exploit che sfrutta una vulnerabilità nell’architettura fondamentale della coscienza umana.
Quanto di questo regge al confronto con la linguistica reale? Quasi nulla, naturalmente. L’ipotesi della proto-lingua rimane controversa, e figure come Lyle Campbell hanno definito i tentativi di ricostruirla “nel migliore dei casi una perdita di tempo futile, nel peggiore un imbarazzo per il campo della linguistica.” Ma Stephenson non sta scrivendo un trattato accademico - sta esplorando le implicazioni narrative di un’idea speculativa spinta fino alle conseguenze estreme.