Il Colore Venuto dallo Spazio: Alienità Senza Forma

Lovecraft costruisce una forma di vita che non può essere descritta, solo approssimata. Un esperimento narrativo sull'impossibilità di rappresentare il veramente alieno.

Il Colore Venuto dallo Spazio: Alienità Senza Forma

Nel 1927 Lovecraft pubblica “The Colour Out of Space”, una storia che esplora un problema fondamentale della narrativa di primo contatto: come descrivere qualcosa che non rientra nelle categorie percettive umane? La soluzione di Lovecraft è radicale. Non ci prova nemmeno. Il titolo stesso è un’ammissione: si tratta di un colore, ma di un colore che non appartiene allo spettro visibile conosciuto.

Descrizione per Negazione

La storia ruota attorno a un meteorite caduto nel 1882 sulla proprietà della famiglia Nahum. Gli scienziati che esaminano il frammento individuano “quello che sembrava il lato di un grande globulo colorato incorporato nella sostanza”. Ma il colore stesso sfugge alla categorizzazione. Lovecraft scrive che “era quasi impossibile da descrivere, e solo per analogia lo chiamarono colore”.

Questo è un espediente narrativo che funziona per sottrazione. Invece di aggiungere dettagli per rendere l’alieno più comprensibile, Lovecraft rimuove la possibilità stessa di comprensione. Il “colore” diventa un contenitore linguistico vuoto, un segnaposto per qualcosa che il linguaggio umano non può processare. Non è invisibile - viene visto - ma non può essere nominato correttamente.

La forma di vita associata a questo colore non ha forma corporea nel senso tradizionale. Non cammina, non comunica, non mostra intenzioni decifrabili. La sua presenza è rilevabile solo attraverso gli effetti che produce: le piante crescono in modo abnorme ma hanno un sapore disgustoso, gli animali si deformano, gli esseri umani impazziscono. È una biologia basata sull’assorbimento energetico, ma priva di qualsiasi pattern comportamentale riconoscibile.

Contaminazione Senza Scopo

Un aspetto interessante è l’assenza di motivazione. L’entità non invade la Terra con uno scopo coloniale, non cerca risorse in modo comprensibile, non attacca deliberatamente. Semplicemente esiste, e la sua esistenza è incompatibile con la vita terrestre. Questo ribalta la narrativa classica dell’invasione aliena: non c’è un nemico da sconfiggere, perché non c’è nemmeno un conflitto intenzionale. È più simile a una contaminazione radioattiva che a una guerra.

Lovecraft qui anticipa di decenni alcune idee che riappariranno nella fantascienza biologica. In “Annihilation” di Jeff VanderMeer, l’Area X è una zona contaminata da qualcosa di alieno che rimodella la vita senza apparente finalità. Il parallelo con “The Colour Out of Space” è evidente: entrambe le narrazioni trattano l’alieno non come un antagonista cosciente, ma come un fenomeno naturale incomprensibile.

Il film del 2019 basato su “The Colour Out of Space” tenta di visualizzare questo colore usando effetti cromatici psichedelici e tonalità magenta-viola. Ma proprio questa scelta tradisce il testo originale. Lovecraft non descrive mai il colore perché non può essere descritto. Qualsiasi tentativo di rappresentarlo visivamente lo riduce a qualcosa di familiare, annullando l’effetto narrativo centrale: l’impossibilità di categorizzazione.

L’Alieno Come Rottura Epistemologica

Lovecraft costruisce il suo orrore cosmico su un principio epistemologico: esistono cose che non possono essere conosciute con le categorie umane. Non “difficili da capire”, ma fondamentalmente al di fuori della portata percettiva e concettuale umana. Il colore dallo spazio è alieno non perché venga da un altro pianeta, ma perché la sua natura stessa è incompatibile con i sistemi di riferimento terrestri.

Questo approccio si distingue dalla maggior parte della fantascienza classica, dove gli alieni sono spesso variazioni su temi umani: conquistatori (Marte di Wells), commercianti (Culture di Banks), esploratori (Star Trek). Anche quando sono biologicamente strani - insetti giganti, blob gelatinosi, nuvole di gas - le loro motivazioni restano traducibili in termini umani.

Lovecraft rifiuta questa traducibilità. Il “colore” non vuole nulla che noi possiamo comprendere. Non ha una civiltà, non ha una storia, non ha un linguaggio. È semplicemente altro, in un senso assoluto. Questo crea un tipo diverso di tensione narrativa: non “come sconfiggeremo l’invasore?” ma “come possiamo anche solo concettualizzare ciò che sta accadendo?”.

Eredità Narrativa

L’idea dell’alieno incomprensibile riappare in molte opere successive. Gli Scramblers di Peter Watts in “Blindsight” sono intelligenze senza autocoscienza, un concetto che sfida l’assunzione che intelligenza e coscienza siano inseparabili. L’Oceano di “Solaris” di Stanislaw Lem è un’entità planetaria che forse ha una mente, ma una mente così diversa che la comunicazione è strutturalmente impossibile.

Lovecraft, scrivendo negli anni ‘20 e ‘30, non aveva accesso ai concetti neuroscientifici o informatici che autori successivi avrebbero usato per esplorare queste idee. Ma intuì qualcosa di fondamentale: l’alienità vera non è una questione di biologia esotica o tecnologia avanzata. È una questione di incommensurabilità - l’impossibilità di tradurre un sistema di riferimento in un altro.

“The Colour Out of Space” è quindi meno un racconto dell’orrore e più un esperimento sui limiti della rappresentazione narrativa. Cosa succede quando un autore cerca di descrivere qualcosa che, per definizione, non può essere descritto? La risposta di Lovecraft è creare un vuoto linguistico - un nome senza referente preciso - e riempirlo solo con gli effetti collaterali della presenza dell’entità.

Questo lascia il lettore in una posizione simile a quella dei personaggi: sappiamo che qualcosa è successo, vediamo i risultati, ma non possiamo veramente afferrare cosa sia accaduto. È una mancanza di risoluzione che alcune narrazioni moderne trovano insoddisfacente, ma che Lovecraft considerava essenziale. L’orrore cosmico funziona proprio perché non può essere risolto, solo sopportato.